Documentario Kalachakra la ruota del tempo Herzog streaming

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Documentario Kalachakra la ruota del tempo Herzog streaming

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Documentario Kalachakra la ruota del tempo Herzog streaming

Un uomo cammina per quasi tremila chilometri prostrandosi ogni passo che compie. La sua meta, raggiunta dopo tre anni, è Bodh Gaya in India. Perché lo fa? E’ un buddista e vuole partecipare alla cerimonia della Kalachakra, la ruota del tempo . Insieme a lui ci sono altri trecentomila pellegrini giunti con tutti i mezzi possibili e pronti ad attivare lo spirito e favorire l’;illuminazione. Così inizia il documentario di Werner Herzog, Kalachakra ? La ruota del tempo, che gli spettatori italiani potranno vedere in anteprima mondiale il 16 marzo alle ore 11 al cinema Anteo di Milano, e su Telepiù bianco il 18 marzo alle 21.

Dopo l’insuccesso di Invincible, il regista tedesco ha scritto, diretto e narrato (la voce italiana è quella di Marco Columbro) una storia vera lontana dal chiasso occidentale. Sfruttando un cospicuo budget per un documentario, circa 750mila euro, Herzog è partito alla volta dell’India e poi del Tibet girando un film quasi per intero su pellicola mostrando qualcosa di inconcepibile ai nostri occhi abituati a movimenti frettolosi, ad un uso del corpo parsimonioso, a legami interpersonali bruschi e interessati. La macchina da presa di Herzog è andata a catturare luoghi sperduti di un mondo che resiste ancora alla voracità del progresso, ha ritratto uomini che contro ogni logica dominante si incamminano per chilometri e chilometri cercando la luce, che dormono alle pendici di montagne gelide per stare in quello che reputano il centro fisico e spirituale dell’universo, e che considerano i propri simili dei fratelli e sorelle con i quali condividere le bellezze del mondo. In questi luoghi e insieme a queste persone, c’era appunto una piccola troupe europea che ha condiviso un’esperienza a dir poco suggestiva e fuori dal comune.

Documentario Kalachakra la ruota del tempo Herzog streaming

Un progetto ambizioso quello del regista di Fitzcarraldo e, al tempo stesso, liberatorio. Herzog, già protagonista di film ambientati a stretto contatto con la natura, qui sembra compiere un passo ulteriore cercando di esibire un’ umanità che vive all’unisono con l’universo. Sono le parole del Dalai Lama a chiarire il senso dell’esperienza buddista. Herzog lo intervista con profondo rispetto, consapevole di avere di fronte a sé una persona eccezionale. Ma a dispetto della sua santità, il Dalai Lama sorride di se stesso e rivela con saggia ironia che non esiste un centro dell’ universo in assoluto. Così come è pronto a sottolineare la bontà di tutte le fedi, fino a rendere giustizia anche a chi non è credente: “ogni luogo e ogni mente umana è il centro dell’universo”. Questo è l’ atto liberatorio: sapere di essere importanti e, al tempo stesso, comprendere che anche gli altri lo sono.

In un certo senso, si può dire che anche la macchina da presa di Herzog sia a pieno titolo un centro dell’universo, non tanto per quello che fa vedere ma per quello che fa intendere: l’uomo e il suo stare in pace con la natura. Camminare e prostrarsi non sono più gesti faticosi e insensati come si evince da quei filmati televisivi che mirano alla spettacolarità dell’eccentrico; scalare il Monte Kailash (dove lo stesso Herzog, abbandonando la troupe, è salito per effettuare le riprese) non rappresenta una mera prova di forza pronta per essere riportata in quelle rubriche dal titolo strano ma vero. Herzog non vuole sorprendere e stupire, si limita a osservare con rispetto.

Spiegare questo documentario con dovizia di particolari è praticamente impossibile perché bisognerebbe sentire fino in fondo la spiritualità del buddismo. Ad esempio, si dovrebbe comprendere il significato del rito che prevede la creazione e la dispersione in mare della Mandala, un quadro composto con la sabbia che rappresenta la ruota del tempo e che serve a visualizzare la meditazione interiore. Il folle genio di Herzog compie qualcosa di paradossale mostrando per l’appunto qualcosa che è posto all’interno dell’animo umano e che quindi si può al limite immaginare ma non vedere.

Nel pellegrinaggio dei buddisti, si fa tappa anche in Europa, a Graz in Austria. Il Dalai Lama e altre centinaia di migliaia di persona si riuniscono per completare quello che non era riuscito in India. A Bodh Gaya, il Dalai Lama non stava bene e allora tutti senza scomporsi (dopo tutto che sono tremila chilometri a piedi) si sono dati appuntamento in un paesaggio alpino, ben lontano da quello tibetano ma altrettanto suggestivo. E qui a Graz, Herzog continua a colloquiare con il Dalai Lama e con un altro personaggio a suo modo eccezionale. Un uomo che è stato per 37 anni nelle prigioni cinesi. Accolto tra i monaci come un’ importante personalità, quest’uomo narra con estrema naturalezza la sua prigionia: “ ogni volta che gridavo qualcosa contro le autorità cinesi, loro mi aumentavano la pena dai cinque ai dieci anni in più, quando sono uscito il mio unico obiettivo era vedere il Dalai Lama e ci sono riuscito.

Il raduno è finito, il Mandala viene disperso in acqua. Sono passati solo 27 secoli dalla prima cerimonia, un’inezia per chi sa di essere il centro dell’universo.

Copy da Mazzino Montinari per testo originale clikka qui

Rilassati e buona visione 

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